ATHENA
Inclusione ed esclusione delle donne immigrate in Alto Adige
Considerazioni conclusive, aree critiche e prospettive di intervento
1. Considerazioni conclusive
Queste considerazioni sono redatte con uno stile sintetico e
tutto da sviluppare perché le questioni aperte al termine
di questa ricerca sono ancora numerose e da sondare. Si tratta
pertanto non di concludere, ma di indicare tracce di lavoro che
meritano di essere ancora esplorate. Dall'analisi dei processi
migratori, delle condizioni socio-lavorative delle donne
immigrate, delle attività formative e di assistenza
sociale, sono emersi alcuni tratti della società locale, e
in parte è emersa la posizione da essa assunta nei
confronti dell'immigrazione. Sono emerse delle luci (un mercato
del lavoro dinamico, un'alta qualità della vita, il buon
funzionamento dell'amministrazione, un ambiente ordinato e
sicuro) e delle ombre (la segregazione lavorativa delle donne
autoctone e l'etnicizzazione del lavoro degli immigrati; una
forte istituzionalizzazione degli spazi sociali; una eccessiva
chiusura).
Questi chiaroscuri emergono in maniera chiara nei racconti delle
donne immigrate, le quali presentano l'Alto Adige come un
contesto di cui colgono immediatamente da due elementi: ambiente
sicuro, bilinguismo. In riferimento al primo punto le donne
immigrate nei loro racconti danno una rappresentazione positiva
di Bolzano e dell'Alto Adige, presentandolo come un ambiente dove
esistono le regole, "le cose funzionano", i servizi non mancano
(anche se il momento dell'accesso le etichetta come "straniere"),
il lavoro c'è, le città sono ordinate e tranquille.
Fattori sicuramente importanti, specie trattandosi di
immigrazione femminile (che comporta la presenza di figli). Per
quanto riguarda l'altro punto, le donne intervistate hanno ben
chiara la centralità del bilinguismo nel funzionamento del
sistema sociale locale, e le differenze linguistico-sociali
appaiono loro come un elemento visibile e palpabile.
Si tratta di due elementi che agli occhi delle donne immigrate
risultano oggettivi; i racconti non fanno altro che restituire
fedelmente la situazione della realtà sociale, come una
finestra sul mondo rispecchiano i tratti e i problemi della
società altoatesina. Sì, perché al di
là della rappresentazione "di facciata" del contesto di
arrivo, scavando nelle storie che abbiamo raccolto, risulta che
l'ordine urbano, ambientale, il buon funzionamento
dell'amministrazione, comporta un eccesso di normazione sociale,
di istituzionalizzazione degli ambiti sociali. Così emerge
che l'amministrazione provinciale è vissuta come una cappa
etnicizzante, che l'ambiente normato fa sentire di essere
continuamente controllati e sotto esame, che la differenziazione
linguisticocomunitaria più che una risorsa ed una
ricchezza è vissuta come un ostacolo discriminante.
Ed è specie in riferimento a questo ultimo punto che
abbiamo individuato delle difficoltà tra le donne
intervistate, perché non è chiaro quale dovrebbe
essere il loro percorso di integrazione in una società
dove ci sono questi elementi oggettivi di differenziazione. A
ciò si aggiunge che il rispecchiamento di questi elementi
di differenziazione sull'immigrazione, faccia sì che
vengano persi i connotati positivi del contesto altoatesino e che
vengano trasferite sugli immigrati solo le sue ombre: il
controllo sociale, l'eccessiva istituzionalizzazione e
l'etnicizzazione. A proposito dell'etnicizzazione, essendo la
società locale abituata a ragionare con la nozione di
minoranze e ad istituzionalizzare le differenze
storico-linguistiche tramite la creazione di comunità,
c'è la possibilità che gli immigrati subiscano un
processo di etnicizzazione - di cui non si intravedono né
le forme né l'esito. La ricerca, oltre a molti risultati,
ci consegna anche delle nuove domande: qual è il posto
degli immigrati in un modello di organizzazione sociale basato
sulle minoranze linguistiche e le "gabbie etniche"? C'è
una discussione circa quale binario storico-linguistico
(italiano, tedesco, ladino) si collocano, sono collocati gli
immigrati? E' previsto un quarto binario riservato agli
immigrati? E se sì, secondo quali criteri si
opererà?
2. Aree critiche e prospettive d'intervento
L'indagine qualitativa ha esplorato i diversi ambiti che
compongono la vita quotidiana delle donne immigrate: il lavoro,
la famiglia, le relazioni sociali strutturate e non. Queste
ultime definiscono l'ambito della socialità, degli
incontri, della convivenza. L'esplorazione ha riguardato anche la
domanda di formazione, a cui è stata dedicata particolare
attenzione. I bisogni formativi delle donne immigrate emergono
non solo in riferimento all'inserimento lavorativo, ma al
contrario riguardano differenti aspetti della loro vita e
differenti livelli della società altoatesina. La risposta
a questi bisogni dovrebbe ispirarsi al concetto di empowerment,
esteso, però, dallo spazio circoscritto della formazione
di forza lavoro a quello sociale, più ampio. E' una
risposta basata sul riconoscimento della persona come soggeto di
formazione, una persona che è dentro un percorso
d'apprendimento continuo (lifelong learning).
Questo approccio, come è noto, consente di situare
l'azione formativa in una società multiculturale
assicurandone l'efficacia. E', inoltre, in sintonia, con il
contesto locale che si contraddistingue per un ampio spettro di
attività presentate con il titolo "educazione permanente
per adulti", promosse dalla Provincia di Bolzano e in particolare
dalla Città di Bolzano per quanto riguarda gli immigrati.
Tuttavia il riferimento al lifelong learning, che pure è
importante, coglie solo un aspetto dell'approccio metodologico
alla questione dei bisogni formativi e lascia in ombra la
questione fondamentale di un intervento informativo e formativo
che affronti pubblicamente il problema dell'etnicizzazione e
della discriminazione, e quello più generale dei diritti.
Questo problema presenta evidenti tratti di genere poiché,
come è stato messo in rilievo dal Comitato
sull'eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW)
"esistono circostanze in cui la discriminazione colpisce
esclusivamente o precipuamente le donne, oppure colpisce le donne
in maniera diversa rispetto agli uomini". Sono state identificate
diverse categorie di discriminazione e delle persone che ne
vengono colpite. Riferendoci alla nostra ricerca, possiamo
identificare prioritariamente le donne addette alle pulizie, le
donne sole con figli, le donne in attesa di
ricongiungimento.
La strategia di ricerca prima delineata ha voluto e potuto,
pertanto, mettere in evidenza:
- le principali situazioni di criticità della popolazione immigrata, in particolare di quella femminile;
- le differenze esistenti tra le donne immigrate, tra cui la più importanti è il dover sostenere un doppio lavoro, per la famiglia e per il mercato. Le donne immigrate adulte, sposate, con figli, nell'attuale situazione del mercato del lavoro, non solo altoatesino, trovano più facilmente un impiego e dunque rispetto agli uomini sono più responsabili dell'acquisizione di reddito per la famiglia.
Le situazioni di criticità e le differenze hanno livelli e dimensioni diverse che si intersecano tra loro. Alcune riguardano gli immigrati in generale, ad esempio la compresenza nel contesto altoatesino di un modello di integrazione istituzionalizzato (dotato di trasparenza) e proprio per questo selettivoregolativo con aspetti di discriminazione, altre riguardano nello specifico le donne immigrate. La ricerca mette in luce che le donne immigrate incontrano delle criticità in specifiche aree: la lingua, il lavoro, la salute, la casa e la famiglia, il tempo per sé, l'etnicizzazione e la discriminazione.
La lingua
Abbiamo visto nelle pagine precedenti che la lingua, sia in
generale che nel contesto locale indagato, svolge una funzione
sociale di selezione e di inclusione/esclusione, e che i doppi
tempi di lavoro e la segregazione lavorativa ne ostacolano
fortemente l'apprendimento. A partire da ciò presentiamo
una proposta ad hoc relativamente ad un corso di lingua per
stranieri, che gli specialisti dell'insegnamento della lingua
potranno poi tradurre in termini operativi.
La conoscenza della lingua del paese d'immigrazione presenta,
come è noto, non solo un carattere di
necessità/strumentalità che permea tutti i momenti
della vita quotidiana, materiale, professionale, relazionale.
Essa ha anche e soprattutto un altissimo significato metaforico
di cui non si è sempre consapevoli, che però si
percepisce, si avverte ogni volta che ci si trova a parlarla.
Nessuno arriva a parlare un'altra lingua come la propria lingua
madre, neanche coloro che sono nati in società e contesti
caratterizzati tradizionalmente dal bilinguismo.
La più piccola differenza (di tono, di accento, di stile)
svolge la funzione di identificare la persona, la sua
provenienza, il suo status sociale, ecc. Nel nostro caso la
lingua, come il colore della pelle o i tratti somatici,
identifica l'immigrato, "lo straniero", ma diversamente dal
colore della pelle e dai tratti somatici, il modo in cui si parla
la lingua, più o meno corretto, identifica il grado di
integrazione/assimilazione/esclusione. La "buona volontà"
a partecipare, a far parte, direbbe la società d'arrivo.
In contesti in cui sono in atto processi di selezione e di
stratificazione delle popolazioni immigrate entro la
polarità esclusione/inclusione non a caso la domanda, il
bisogno di conoscere la lingua, assumono una precisa e
significativa declinazione: la meta desiderata è
l'assoluta correttezza. Una meta irraggiungibile.
Le narrazioni raccolte, e ancora di più i dialoghi
d'intervista, confermano quanto sia forte l'aspirazione a questa
meta e quanto il principio della correttezza sia stato assunto e
anche interiorizzato. La correttezza nel modo di parlare, la
corretta applicazione delle regole sintattiche e semantiche, la
corretta pronuncia, diventano metafore della correttezza nel modo
di agire, del corretto apprendimento del sistema di regole
vigente, compreso il sistema di regolamentazione
dell'immigrazione.
Parlare male la lingua, pronunciarla in modo difettoso,
sbagliare l'intonazione, diventano così segni visibili di
"diversità", di "estraneità", di mancata
integrazione, di incapacità, di cui l'immigrato si sente
non solo direttamente responsabile ma anche colpevole,
perché la richiesta formale del possesso di un "patentino
linguistico" è accompagnata da un'ampia offerta di corsi
gratuiti di lingua. Questo sistema rafforza il valore del parlare
"bene" e l'idea che l'immigrato sia responsabile nei confronti
della lingua del paese d'immigrazione. Cioè che debba
rispondere del modo corretto o scorretto in cui parla. Attraverso
la lingua, che può rappresentare un ponte ma anche una
barriera, si rimanda la questione della integrazione
all'immigrato stesso. La tematica della lingua così intesa
ha come conseguenza la stigmatizzazione del parlante "scorretto",
che non conosce e non rispetta le regole elementari del parlante
"perbene".
Sappiamo però che la questione della lingua può
essere intesa in un modo diverso da quello che eleva la
correttezza a principale fine dell'apprendimento. Se la
intendiamo come capacità comunicativa e affermiamo che il
fine del suo apprendimento è "riuscire a comunicare", la
responsabilità linguistica (non solo quella degli
immigrati) dovrà essere intesa come responsabilità
comunicativa, che riguarda parlante e ascoltatore. Come afferma
un grande filosofo contemporaneo del linguaggio, Donald Davidson:
"Lo scopo ultimo del discorso non può essere la
correttezza, ciò che importa è, invece, l'essere
compresi, poiché il linguaggio ha molti fini, ma nessuno
che vada al di là della comunicazione riuscita". In questo
senso, in questo caso il rilascio e la conquista del patentino
assumerebbe il significato di una "comunicazione riuscita" e
dovrebbe trattarsi di un patentino che riguarda la coppia
"parlante/ascoltatore". In base a ciò non è
difficile intravedere, quindi, quali tipi di corsi linguistici
potrebbero essere sperimentati: corsi ispirati, ad esempio, al
"gioco" della comunicazione e della comprensione.
Il lavoro
Per quanto riguarda il lavoro si osservano diverse
criticità e contraddizioni, collegate tra loro.
Innanzitutto si riscontrano le spinte specializzanti del mercato
del lavoro, che convogliano, in maniera stratificata, le donne
immigrate entro nicchie segreganti e dequalificate, da cui
è molto difficile uscire. Tale criticità è
aggravata dall'evidente scarto tra lavori umili e
scolarità elevate, dal possesso di titoli di studio che
abilitano a precise professioni e mansioni effettivamente svolte.
In secondo luogo, la quotidiana frammentazione dei rapporti e dei
tempi di lavoro (contemporaneamente, ad esempio, addetta alle
pulizie, cameriera, mediatrice, etc.), ed in aggiunta il carico
di lavoro famigliare, comportano l'espropriazione totale del
tempo di vita e del tempo per sé, e riducono il tempo da
dedicare in famiglia alle attività espressive. E' una
doppia presenza pesantissima, quasi una tripla presenza
costituita dal lavoro - o meglio - dai lavori per il mercato, dal
lavoro per i membri della famiglia ricongiunta, dall'impegno di
inviare rimesse ai membri della famiglia rimasta al paese di
origine.
Combinati assieme questi elementi costituiscono un grosso
ostacolo alla mobilità lavorativa, perchè non
c'è neppure il tempo per cercare un altro lavoro o dotarsi
di competenze per cambiare. Per queste donne il lavoro assume
contradditoriamente il carattere di ambivalenza. Da una parte il
posto di lavoro rappresenta il luogo in cui avviene
l'inferiorizzazione, dove si è esposti a trattamenti
spersonalizzanti; dall'altra parte il lavoro è la via
primaria all'autonomia economica, all'assunzione del ruolo di
capo-famiglia, e ciò è una fonte di orgoglio, di
riuscita ambìta nonostante le dure condizioni lavorative,
la pesante subordinazione, la fatica. Nel fare lavori umili,
pesanti, sono abbarbicate comunque al proprio lavoro
perché offre la possibilità dell'autonomia
economica, e nel momento stesso in cui vengono inferiorizzate
testimoniano una tenacia attiva volta a migliorare le proprie
condizioni di vita.
Di conseguenza nell'ambito delle politiche attive per il lavoro
eventuali interventi dovrebbero porsi i seguenti obbiettivi:
salvaguardare i diritti (i diritti sul lavoro, il diritto alla
stabilità, il diritto alla salute delle lavoratrici),
affinché un rapporto di subordinazione non si trasformi in
schiavitù; costruire percorsi di carriere, percorsi che
contemplino possibilità di cambiamento e di restituzione
delle prospettive, al fine di avviare ad un lavoro
dignitoso.
Nell'ambito formativo, invece, sarebbe necessario sperimentare
corsi di formazione differenti. Vale a dire:
- corsi orientati a valorizzare, anche rafforzandole, le competenze acquisite nel paese d'origine e in precedenti esperienze lavorative. A questo fine potrebbero essere contemplate iniziative volte alla valutazione delle competenze e ad un loro ri-orientamento anche alla luce del mercato del lavoro;
- corsi che prevedano azioni formative intraprese in accordo con attori politici ed economici locali, che abbiano come sbocco un impiego al di fuori delle nicchie segreganti. Anche se si tratta di progetti per numeri limitati di donne, il loro valore consiste nel costituire un'esperienza "apri pista" per molte altre donne, che si riverbera nel contesto locale smentendo pregiudizi e stereotipi inferiorizzanti;
- corsi per chi non ha o non ha avuto una professione.
La salute
Dentro la voce "salute" si ritrovano elementi diversi, ma che
convergono sulla questione del benessere/malessere. Un primo
gruppo di elementi concerne la salute della lavoratrice in
relazione al lavoro svolto e al luogo di lavoro. Abbiamo visto
che le donne immigrate sono sottoposte a lavori molto faticosi,
nocivi, logoranti, e che lo diventano ancora di più quando
il rapporto di lavoro e l'orario di lavoro è
particolarmente frantumato. Si pensi ad esempio alla
mobilità fisica imposta dalla parcellizzazione dei
rapporti di lavoro nell'ambito dei servizi di pulizia, o agli
orari di lavoro riservati alle infermiere e alle assistenti
familiari, oppure all'impatto sulla salute mentale causato dalla
precarietà lavorativa, abitativa, famigliare.
Un altro elemento riguarda il malessere derivante dalle
discriminazioni subìte in base alla provenienza nazionale
(ad esempio gli albanesi, i marocchini, i cinesi, i nuovi
bersagli della stigmatizzazione), all'appartenenza culturale e
religiosa (ad esempio l'islam, perché oggi l'essere
musulmani è quasi diventato un crimine), all'appartenenza
ad una data categoria sociale (l'immigrato/a, il "clandestino",
la donna sola, l'assistente famigliare, la stagionale, etc.).
Dalle interviste emerge che negli immigrati il sistema delle
discriminazioni, istituzionali e indirette, materiali e
simboliche, nelle pratiche e nelle rappresentazioni, pesa come un
macigno.
Se la salute appare come una criticità poco visibile, in
realtà per le donne immigrate essa presenta molti fattori
di rischio e quindi dovrebbe costituire una priorità nella
programmazione degli interventi e delle politiche sociali. E'
vero che nel territorio esistono enti ed istituzioni sanitarie
che hanno il compito di svolgere un'azione d'informazione e
prevenzione per la tutela della salute dei lavoratori e dei non
lavoratori, tuttavia le attività di formazione o di
intervento dovrebbero prestare un'attenzione ancora maggiore a
queste problematiche. I corsi di formazione al lavoro, per
esempio, potrebbero prestare attenzione alla presenza o meno di
aspetti di nocività e di rischio infortunistico in
collegamento, ovviamente, con gli enti e le istituzioni preposti.
Si tratta di svolgere una azione d'informazione operando un
raccordo tra istituzioni preposte e lavoratori attraverso un
ruolo di sensibilizzazione al problema sia all'interno dei corsi
di formazione ed eventualmente anche all'esterno, preparando
materiali informativi multilingue sui problemi della salute.
La casa, la famiglia
E' nota la gravità del problema della casa per la popolazione immigrata, se ne conosce l'esistenza a livello nazionale, regionale e anche nella Provincia di Bolzano. Ne sottolineiamo sinteticamente il significato che ha per l'esistenza stessa della famiglia. Il problema della casa si identifica, infatti, con la stessa possibilità di "vivere in famiglia", e di essere riconosciuti come "famiglia". L'espressione popolare "senza casa, senza famiglia" coglie perfettamente il valore simbolico che lo spazio abitativo possiede: il decoro, l'intimità, l'ospitalità. Per le donne la casa è anche l'ambito in cui esprimere il loro senso dell'estetica, uno spazio da personalizzare oggetto di particolari cure. La casa è un bene primario anche per le donne immigrate nubili, come mettono in evidenza le storie delle infermiere. Il decoro, l'intimità, l'ospitalità sono bisogni primari fondamentali per star bene non diversamente di quanto lo sono per i nuclei famigliari. La ricerca, infine, si è soffermata a lungo sulla diversità delle strutture che le famiglie migranti presentano e che pertanto richiede risorse differenziate e politiche per la famiglia mirate.
Il tempo per sé
L'espressione "tempo per sé" non deve essere intesa
né egoisticamente né edonisiticamente, ci riferiamo
invece ad una dimensione temporale articolata e con un alto
valore sociale. Si riferisce infatti ai tempi della cura di
sé (la salute, la cura del corpo e della mente) e ai tempi
della socievolezza, che rinviano agli incontri nei luoghi di
riunione informale, ai rapporti di amicizia, alla frequentazione
libera di momenti culturali. Il tempo per sé comprende,
anche, il tempo della socialità, ossia la partecipazione
ad associazioni, la costruzione ed il mantenimento di rapporti
sociali.
Queste sue diverse articolazioni chiamano in causa i tempi e gli
spazi della città, che dovrebbero essere specificamente
progettati, costruiti ed attrezzati a questo scopo. Dove sia
possibile incontrarsi e riunirsi pubblicamente, conquistare una
visibilità legittimata. Le donne, non solo le donne
immigrate, ne avvertono in modo particolare l'assenza.
L'etnicizzazione, la discriminazione
Le donne non sono solo oggetto di discriminazione, ma sono
anche soggetti attivi della lotta contro il razzismo e il
sessismo. Hanno sviluppato, come le stesse storie dimostrano,
proprie strategie autonome di sopravvivenza e resistenza attiva
contro le discriminazioni. Questa azione di contrasto, che resta
praticata individualmente, dovrebbe essere innanzitutto
socializzata attraverso gruppi di ricerca e di elaborazione in
cui le pratiche e le esperienze possano essere scambiate e
confrontate.
Inoltre, l'insieme di questi saperi e conoscenze collettive
dovrebbero a loro volta essere restituite a livello individuale
alle donne e trasferite verso l'alto affinché si elaborino
strategie e politiche pubbliche. In modo tale che gli interventi
istituzionali non ignorino, ostacolino o addirittura entrino in
conflitto con queste esperienze di resistenza quotidiana. Ma al
contrario si fondino su di esse, dandogli ulteriore forza e
autorevolezza. Un altro livello è quello
dell'associazionismo e dell'auto-organizzazione che prospetta un
diverso tipo di azione collettiva, la quale svolge un ruolo molto
importante per fornire alle donne strumenti e percorsi in cui far
valere i propri diritti, conquistare fiducia e stima in
sé, sviluppare modalità innovative di azione
positive.
Operare a questi livelli significa dare forza alla
società locale e alle forme di vita sociale. In forma
concreta significa garantire l'accesso pieno a tutte le risorse
che queste attività necessitano (canali di finanziamento,
spazi sui massmedia, progetti culturali, ecc.). L'investimento in
tale direzione non rimane circoscritto, quindi, alla
discriminazione subita dagli immigrati, ma investe l'intera
società locale gettando le basi per una realtà
interculturale da costruire.
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