ATHENA
Inclusione ed esclusione delle donne immigrate in Alto Adige
Introduzione: il disegno della ricerca
1. Prospettiva della ricerca
La ricerca "ATHENA. Inclusione ed esclusione delle donne
immigrate in Alto Adige", che presentiamo in questo Rapporto
finale, ha come oggetto l'individuazione e la rilevazione di
processi di apertura e di chiusura sociale che, in Alto Adige,
facilitano o ostacolano l'inserimento delle donne immigrate nei
differenti ambiti della vita economica e sociale (i luoghi di
lavoro, il mercato del lavoro, il reddito, la scuola e più
in generale le istituzioni formative, i servizi d'assistenza
sociale, la città e gli spazi di socialità). La
finalità della ricerca è quella di far emergere,
almeno nei suoi tratti fondamentali, meccanismi e caratteristiche
d'inclusione/esclusione delle donne immigrate nella
società altoatesina.
La condizione di "incluso", e quella inevitabilmente
complementare di "escluso", sono definite dalle
opportunità che hanno le immigrate e gli immigrati di
accedere o non alle molte risorse presenti nella società
altoatesina. Chiariamo subito che usando i termini "risorse" e
"opportunità" non pensiamo solo ai "beni" offerti/non
offerti dalla società locale ai/alle
lavoratori/lavoratrici immigrati/e e alle loro famiglie, ma ci
riferiamo anche alla posta in gioco di relazioni sociali e di
rapporti di forza che a vari livelli si sviluppano e si
costruiscono tra immigrati e autoctoni: gli scambi, le
solidarietà, i conflitti, le competizioni tra individui e
gruppi definiti principalmente dalla loro appartenenza a
differenti nazionalità e tradizioni culturali, dalla loro
posizione nel mercato del lavoro locale e globale, dal possesso
di specifiche e personali "capacità", da differenti
progetti di lavoro e di vita. Al centro della ricerca ci sono le
donne immigrate, i loro percorsi migratori, il loro lavoro, le
loro condizioni sociali e familiari, i loro progetti e le loro
aspirazioni.
2. Parole chiave della ricerca
Per far comprendere la prospettiva a cui s'ispira questa
ricerca e il modo in cui è stato articolato il suo
disegno, esplicitiamo le parole chiave che la caratterizzano:
esclusione/inclusione, confine.
- Esclusione/inclusione
Il termine "esclusione" si è affermato di recente non solo
nell'ambito delle scienze sociali e delle istituzioni, ma anche
nel linguaggio dei politici, degli operatori sociali e dei
mass-media. La Comunità europea ha posto l'obiettivo
dell'"inclusione" al centro di importanti programmi e
finanziamenti a favore di soggetti definiti "deboli": una
categoria ampia e variegata, che comprende le donne (non meglio
identificate), i giovani, gli anziani, i drop-out, i
tossicodipendenti e, più in generale, i "poveri" e tutti
coloro che rischiano di diventarlo. Implicitamente questo termine
rinvia ad un problema sociale e politico che l'autorità
pubblica, in particolare, dovrebbe risolvere, almeno nelle sue
forme più gravi ed acute. Com'è stato notato:
"Più che un concetto analitico, l'idea di
'esclusionÈ è diventata un 'paradigma' - una
matrice d'idee, di nozioni, d'ipotesi teoriche, ma anche di
valori e d'assunti indimostrati e indimostrabili".
Dal punto di vista sociologico la generalità del termine
ha un senso preciso. Per esclusione sociale intendiamo riferirci
al fenomeno della disuguaglianza sociale e mettere in risalto la
complessità e la diversità delle forme che essa
assume nel mondo di oggi. Riconosciamo, usando questo termine,
che molteplici sono le dimensioni che essa presenta - economiche,
di classe, di genere, di generazione, di nazionalità - e
le diverse sfere sociali in cui si manifesta (quella lavorativa,
dell'abitazione, della salute, dei consumi, dell'istruzione,
della cultura, ecc.). Precorre gli studi più recenti sui
processi di inclusione/esclusione un esemplare studio di
comunità su Winston Parva (sorta ai confini di una piccola
città vicono a Leicester) che Norbert Elias condusse alla
fine degli anni '50 insieme a John Scotson, un insegnante del
posto interessato alla delinquenza giovanile. Fu in seguito a
questa esperienza di ricerca che Elias delineò la figura
dello straniero moderno, dell'"estraneo", che appartiene al
gruppo degli ultimi arrivati e si confronta, entra in rapporto
con gli "integrati", con coloro che sono nati lì o vi ci
sono insediati da tempo, che, occupando una posizione di forza,
possono mettere in atto nei confronti dei nuovi arrivati
meccanismi di emarginazione sociale, decidere quali diritti
sociali e politici concedere, quali aperture e chiusure sociali
mettere in atto.
La ricerca fu pubblicata nel 1964 con il titolo The established
and the outsiders in lingua tedesca e dieci anni dopo in inglese.
Pur essendo evidentemente diverso il contesto, molteplici sono
gli aspetti di metodo, le categorie analitiche e i risultati di
ricerca che ci interessano. Ne sottolineiamo, qui di seguito,
solo alcuni. Al centro della ricerca di Elias e Scotson è
posto il problema dei rapporti e delle interdipendenze tra i due
gruppi sociali opposti e anche le diverse posizioni intermedie;
la necessità di studiare le relazioni, le tensioni e i
conflitti e non i singoli fenomeni; di far emergere gradi e tipi
d'influenza reciproca, non solo quella esercitata dagli
"integrati" sugli "estranei", ma anche il contrario. Di solito la
ricerca di Elias viene citata come uno studio sulle differenze
culturali, in realtà si tratta di uno studio sui rapporti
di forza che si definiscono in base alle reciproche azioni e
relazioni e che cambiano nel tempo. È interessante anche
l'ipotesi che con l'arrivo degli "estranei" aumentino i controlli
e le repressioni sociali. Diversamente da quanto si può
pensare, essi aumenterebbero di più all'interno degli
integrati e in diverse sfere significative della loro esistenza.
Mentre i nuovi arrivati, pur essendo in una forte posizione di
svantaggio e spesso di discriminazione, hanno maggiori
possibilità di iniziativa e di innovazione.
Ci sono poi, anche in questo caso, le diverse posizioni
intermedie. L'ipotesi suggerisce anche che laddove l'integrazione
è più forte, più forti saranno i controlli,
i vincoli e l'assenza di "libertà". Consideriamo che la
posizione difensiva, di chiusura del gruppo autoctono, degli
"integrati", produca a sua volta isolamento e regressione,
irrigidisca e blocchi quei "normali" e "spontanei" momenti di
socievolezza, mortifichi la curiosità, metta in circolo
nel gruppo stesso sentimenti di sospetto e di paura. Vivere
dentro le mura pare dare un senso di sicurezza, ma certamente
priva di significato il sentimento di libertà.
Una terza, interessante direzione di ricerca, riguarda il tempo
trascorso dall'arrivo, la durata del soggiorno e della residenza.
Elias parla delle "vecchie" e delle "nuove" (giovani) famiglie,
facendo riferimento non all'età anagrafica ma alla "durata
di residenza". Parla di posizioni di "monopolio" acquisite da
tempo e del potere necessario per preservarle. Parla di norme, di
"tabù" e di codici morali, di elementi di distinzione, che
il gruppo coeso tende a mantenere in modo più forte del
gruppo che vive un cambiamento e questa dinamica è non
solo collettiva ma anche individuale. Parla anche di come e di
quanto i gruppi tendano a "presentarsi coesi" più di
quanto non lo siano realmente sia al loro interno che nella
più ampia aggregazione che si può creare tra i
locali e gli neo-arrivati. L'indagine svolta non è uno
studio di comunità, si è piuttosto ispirata
all'opera di Elias, traducendo nel suo linguaggio e in termini di
ricerca sul campo l'ipotesi dell'immigrazione come fattore di
trasformazione sociale, ipotesi di fondo e premessa prima al
nostro lavoro di ricerca.
- Confine
Nell'immaginare sociologicamente l'operare di processi di
inclusione/esclusione è immediata e spontanea l'associare
il concetto di "confini", di linee che mentre separano e
dividono, associano e uniscono chi è fuori e chi è
dentro, chi è "estraneo" e chi è "integrato".
L'idea di confine si è tradotta in una importante
categoria analitica che, come quella di esclusione, ha avuto una
ampia applicazione in diversi campi di ricerca, comprese le
ricerche sull'immigrazione. Se il fenomeno dei confini - la loro
costruzione e trasformazione - interessa prevalentemente la
dimensione spaziale (la segregazione urbana, abitativa), la sua
fenomenologia è molto più ampia. Può
trattarsi di confini che circoscrivono spazi sociali (ad esempio
luoghi di intrattenimento in cui gli immigrati non sono graditi o
ammessi in base a divieti espliciti o impliciti, detti o
non-detti, zone residenziali o quartieri riservati agli autoctoni
o al contrario agli immigrati), in cui si materializzano aperture
e chiusure sociali; di confini simbolici (le molteplici
classificazioni discriminatorie di cui sono oggetto gli
immigrati: puliti/sporchi, educati/maleducati, ecc.), che quasi
sempre si traducono in confini sociali, che regolando aperture e
chiusure, differenziano in modo disuguale l'accesso a risorse e
opportunità. Nel nostro caso il confine concerne
innanzitutto il mercato del lavoro, ove operano meccanismi di
selezione, di razzializzazione e di gerarchizzazione della forza
lavoro sulla base della provenienza nazionale (sia rispetto alla
forza lavoro autoctona che all'interno della forza lavoro
immigrata) e dell'appartenenza di genere. Confini sociali in cui
si sovrappongono quindi le linee di razza, di genere e di classe,
e che danno esito a date forme di stratificazione sociale,
naturalizzate e legittimate da pratiche e discorsi
consolidati.
Il "confine", pertanto, può essere considerato una
categoria analitica importante in uno studio sui processi di
inclusione ed esclusione sociale, specie se si considera che ad
esso sono associate le nozioni di "controllo" e di "passaggio" ,
vale a dire la selezione degli individui e delle popolazioni che
oltrepassano o che vorrebbero passare il confine (nazionale,
sociale, simbolico). Nozione, quella del controllo dei confini,
che nell'epoca della blindatura dell'Europa assume una rilevanza
particolare, poiché quando parliamo di confini non ci
riferiamo solo alle frontiere fisiche, ma anche ai confini
simbolici (ad esempio all'identità culturale, o
all'identità religiosa) che vengono progressivamente
alzati e che quindi ostacolano lo scambio tra popoli e culture.
Il confine, come la lingua, può rappresentare un ponte
così come un muro. Può unire o dividere.
A questo proposito è utile riprendere le riflessioni sul
confine formulate da Leed. Egli afferma la forza di
trasformazione che il fenomeno della mobilità umana
possiede (trasformazione delle personalità individuali e
delle identità collettive, delle mentalità e dei
rapporti sociali) e la tendenza a contrastarla. Leed parla di una
"distorsione retrospettiva", presente negli schemi di lettura
della società e nel modo di pensare la storia umana,
fondata sul "presupposto eterno che le società siano
strutturate, delimitate, dotate di un centro e durature", che il
mondo sia un tutto "articolato e differenziato di etnie
insediate" e di società legate alla terra. La storia umana
è invece un prodotto degli spostamenti delle popolazioni
nello spazio: "la creazione del luogo, della mappa del
territorio, insomma la territorializzazione dell'umanità
è un'impresa della mobilità".
3. Quali aperture e chiusure sociali nella società altoatesina?
La scelta di focalizzare la ricerca sui processi di apertura e
chiusura sociale si fonda sull'ipotesi che essi assumano una
particolare configurazione nella società altoatesina e
costituiscano un tratto importante della sua storia e della sua
stessa identità. Il bilinguismo ne è la più
evidente espressione. Il "modello" politico di regolazione
sociale basato sull'integrazione distinta delle componenti
storico-linguistiche, costituisce un'altra espressione concreta.
L'ipotesi di fondo della ricerca è se il contesto
altoatesino influisce, differenziandoli, sui processi di
inserimento delle donne immigrate. Ipotizziamo anche che, in
seguito all'arrivo delle popolazioni immigrate, i tratti delle
diverse appartenenze storico-linguistiche emergano con maggiore
forza e siano sottoposti a diverse sollecitazioni e cambiamenti;
che l'immigrazione possa dare luogo a configurazioni sociali
particolari, se non nuove. A partire da questa ipotesi di fondo,
la domanda principale di ricerca è la seguente: come si
dispongono, come vengono disposte le popolazioni immigrate nella
società altoatesina divisa in diverse componenti sociali e
in tre appartenenze linguistiche? Qual è il posto degli
immigrati, ed in particolare delle immigrate, nell'ordine sociale
locale, caratterizzato da un contesto molto normato e da una
presenza forte come la Provincia? Questi processi sono in corso e
sono aperti a varie soluzioni, opposte tra di loro: la
costituzione di un quarto binario, ragionando in termini
etnicizzanti; la fusione degli orizzonti, guardando
all'immigrazione come un fattore di trasformazione sociale.
Nella prospettiva di questa ricerca assume una certa importanza
anche il fattore "permanenza", "stabilizzazione" delle
popolazioni immigrate, e due processi importanti, che intendiamo
studiare, ad esso combinati: la selezione e la gerarchizzazione
degli immigrati, in particolare per ciò che riguarda le
donne. L'immigrato con un progetto di lunga permanenza è
maggiormente implicato in tipi di relazione che riguardano
direttamente dinamiche di accettazione e di rifiuto, di
integrazione e di assimilazione, di riconoscimento e di
disconoscimento. In ognuna di queste differenti configurazioni
è presente il tratto del conflitto e anche
dell'antagonismo, tra chi si ritiene detentore esclusivo di
risorse e chi aspira ad accedervi e a condividerle.
4. Il disegno della ricerca
I confini di questa ricerca sono circoscritti da una scelta di
campo che include le lavoratrici immigrate occupate in tre
settori: quello infermieristico e dell'assistenza
socio-sanitaria, quello del lavoro di servizio nel settore
turistico-albergiero e del lavoro di pulizia negli uffici, quello
della mediazione culturale. Si è scelto di concentrare
l'attenzione su delle situazioni "strutturate": le infermiere di
origine straniera, reclutate attraverso cooperative e agenzie
internazionali; le donne "destinate" ai lavori di pulizia
nell'ambito degli uffici, per lo più marocchine; le donne
impiegate nell'ambito alberghiero e della ristorazione come
cameriere ai piani. In una posizione particolare si collocano le
mediatrici culturali, "élite" femminile locale, una
professione ambita che riguarda una minoranza e che spesso viene
svolta come secondo lavoro.
Al di fuori del campo di ricerca rimangono numerose occupazioni:
le lavoratrici stagionali impiegate nel settore dell'agricoltura,
le casalinghe in cerca di occupazione, le collaboratrici
domestiche e le assistenti domiciliari, le operaie impiegate in
fabbrica. Perché sono state escluse dalla nostra analisi
le collaboratrici domestiche e assistenti domiciliari? Per le
seguenti ragioni: in primo luogo, la ricerca avrebbe dovuto
prevedere e intrecciare una disamina approfondita delle
condizioni socio-famigliari delle famiglie altoatesine, elemento
che non rientrava nella nostra finalità e che avrebbe
comportato un impegno non previsto; in secondo luogo a livello
nazionale la letteratura e gli studi empirici in questo campo non
mancano, quindi si presentava il rischio di duplicare per
l'ennesima volta - seppur in un contesto territoriale diverso -
ricerche empiriche già svolte; infine l'immagine distorta
della donna immigrata come "serva" o come "prostituta" tende a
nascondere la condizione molteplice dell'immigrazione femminile e
in base a questo assunto abbiamo preferito analizzare situazioni
solitamente oscurate.
Il campo di ricerca, pur essendo circoscritto presenta
stratificazioni significative: gli strati superiori sono occupati
dalle mediatrici culturali e dalla libera professione di
infermiera, quelli inferiori dalle addette alla pulizia. Le
infermiere dipendenti, le operatrici socio-sanitarie, le
cameriere in sala o impiegate come bariste si dispongono nel
mezzo. L'occupazione e il reddito rappresentano solo una delle
dimensioni che definiscono la loro posizione sociale e di classe,
i diritti di cui sono titolari, la possibilità di
esprimere pienamente le proprie capacità. L'elenco delle
altre dimensioni è lungo e numerose sono le aree in cui le
disuguaglianze si manifestano. Al genere, all'età, al
paese di provenienza si aggiungono l'istruzione e la conoscenza
della lingua, la possibilità di accedere a percorsi
formativi, la salute, l'uso del tempo, l'appartenenza ad
associazioni e organizzazioni sindacali. Ognuno di questi
elementi gioca a suo modo nelle dinamiche di
inclusione/esclusione, e influenza il grado di apertura/chiusura
della società locale. Inoltre, per le donne che hanno
famiglia e figli, il tipo di struttura (famiglia nucleare,
famiglia con un solo genitore donna, e così via), la
presenza o meno di un doppio reddito, rivestono un ruolo decisivo
nel modo in cui costruiscono e riescono a portare avanti il
proprio progetto migratorio. Solo entro certi limiti e da punti
di vista specifici, dunque, è corretto ritenere che la
categoria professionale - delle infermiere o quella delle addette
alle pulizie, delle addette all'assistenza socio-sanitaria o
delle mediatrici - condivida gli stessi bisogni, le stesse
aspettative, le stesse disuguaglianze e lo stesso modo di
fronteggiare le avversità.
Sulla base di ciò sono stati determinati specifici
obiettivi. Il primo è stato quello di mettere in evidenza
queste differenze e disuguaglianze, all'interno delle diverse
categorie professionali e tra di loro. Per questa ragione una
lunga parte di questo Rapporto è dedicata al lavoro e ai
numerosi fattori che ne determinano il grado di subordinazione,
le possibilità di mobilità e di carriera. Il
secondo obiettivo specifico è stato quello di cogliere una
seconda evidenza che, al contrario della prima, sottolinea comuni
bisogni e una comune condizione umana della donna (immigrata e
non). Spingendoci oltre, mostreremo che per alcuni importanti
aspetti c'è una comune condizione di genere, che collega
le donne immigrate e le donne autoctone. Ne hanno coscienza le
stesse immigrate, che riconoscono questa condizione unitaria di
impari opportunità che definisce lo stato di donna adulta,
sposata, con figli, al di là del paese di appartenenza. Ne
deduciamo subito che importanti aspetti di politica sociale per
le famiglie e di politiche di conciliazione dei tempi di lavoro e
familiari possono riguardare tutte le donne. Senza sottovalutare
l'ampiezza e la profondità delle disuguaglianze e delle
differenze che dividono le autoctone e le immigrate, non si
può non riconoscere che entrambe patiscono chiusure
sociali imputabili alla divisione sessuale del lavoro e alle
relazioni e disuguaglianze di genere.
La ricerca pone l'accento sulla condizione comune alle donne
immigrate. Anche da questo punto di vista l'elenco delle
problematiche si compone di molteplici voci e questioni. Le
più importanti sono note e presenti nei discorsi pubblici:
la casa e i ricongiungimenti familiari; la salute; la lingua e il
bilinguismo; la segregazione lavorativa e formativa; l'accesso ai
servizi; la generazione dei figli e il futuro, il destino che li
aspetta. Che cosa accadrà loro, non in un lontano futuro
ma in un futuro prossimo a se stesse e ai propri figli? È
una domanda presente e impellente che neanche i problemi di pura
sopravvivenza mettono del tutto a tacere nei discorsi delle donne
intervistate. Il campo e i risultati di ricerca non riguardano
solo le lavoratrici immigrate, si estendono alle politiche di
"accoglienza", di "assistenza" e di risposta a bisogni primari.
Il terzo obiettivo specifico di ricerca è stato, pertanto,
quello di ricostruire - anche se parzialmente - il quadro
istituzionale locale, che non fa solo da cornice
all'immigrazione, ma ne rappresenta il governo politico. A questo
proposito sono stati presi in considerazione, tra i diversi, due
aspetti: i servizi sociali e socio-sanitari, la formazione.
Inoltre il campo di ricerca include uno sguardo d'insieme sul
mercato del lavoro femminile, immigrato e autoctono. C'è
infatti un nesso preciso tra l'impiego della forza lavoro
femminile immigrata e l'occupazione, la disoccupazione, il tasso
di attività delle donne autoctone. Si tratta di un campo
relazionale e di reciproche interdipendenze, che definiscono non
solo la dinamica della domanda e dell'offerta di lavoro
femminile, ma anche le sue modalità di impiego, il tipo e
il grado di stratificazione, la complessiva organizzazione e
redistribuzione del lavoro femminile tra casa e mercato, tra
lavoro domestico e di cura per la famiglia e lavoro per il
mercato. L'accesso e le condizioni salariali e di lavoro delle
donne nel mercato retribuito presentano, come è noto,
costanti tratti di segregazione e di femminilizzazione. L'arrivo
di donne immigrate e la loro occupazione in settori
femminilizzati conferma questo tratto di genere e lo trasforma,
introducendo ulteriori dinamiche di stratificazione e
differenziazione. In conclusione, il modello di ricerca è
stato costruito come un campo relazionale interdipendente tra le
popolazioni immigrate, tra le donne immigrate e le donne
autoctone, tra il mercato del lavoro e il governo politico.
5. Nota di metodo
Per rispondere a queste domande, per raggiungere gli obiettivi
prefissati, sono state svolte alcune attività di ricerca
distinte per fasi che hanno visto l'utilizzo di diverse tecniche
di raccolta ed elaborazione dei dati empirici. Nella prima fase
è stato steso, insieme alle responsabili della Coop.
Mosaik, il progetto di ricerca. Per far ciò è stata
condotta un'attività di analisi volta all'individuazione
del problema, alla formulazione delle domande di ricerca, alla
definizione dello stato della situazione, che è stata
effettuata sulla raccolta e sullo studio di informazioni e di
letteratura sui seguenti punti: l'inclusione/esclusione degli
immigrati, con particolare riferimento al contesto nazionale;
l'immigrazione straniera in Alto Adige dagli anni '90 ad oggi; le
migrazioni femminili contemporanee; il contesto
socio-economico.
Definito il progetto di ricerca si è proceduto, nella
seconda fase, alla raccolta e alla collocazione/rielaborazione di
dati quantitativi di primo e secondo livello relativi
all'immigrazione in Alto Adige, all'inserimento lavorativo degli
immigrati, al mercato del lavoro e alla struttura economica
locale, alle dinamiche demografiche locali. Contestualmente
è stata condotta un'indagine empirica - la parte centrale
di questa ricerca - sulle condizioni lavorative delle "categorie"
di lavoratrici testé citate, sulla formazione, sui servizi
e sul contesto istituzionale, mediante la realizzazione di
interviste narrative rivolte a lavoratrici immigrate (26),
interviste semi-strutturate rivolte a operatori dei servizi, a
funzionari delle istituzioni e ad "osservatori privilegiati"
(13), focus-group che hanno coinvolto donne immigrate, mediatrici
culturali, operatori dei servizi, funzionari delle istituzioni e
"osservatori privilegiati" (4). La realizzazione di questa fase
è riuscita grazie al ruolo di mediazione e di introduzione
svolto dalle responsabili della Coop. Mosaik, che hanno avuto
anche un'importanza fondamentale nella messa a disposizione di
materiale documentario e informativo.
La terza fase è consistita nell'elaborazione del
materiale empirico raccolto, nel confronto interpretativo tra i
membri del gruppo di ricerca e nella stesura del presente
Rapporto. Anche questa fase ha visto la presenza e il contributo
delle responsabili della Coop. Mosaik. Voluta per indagare sui
bisogni delle donne nel percorso migratorio, la ricerca risponde
anche alla loro necessità di trovare ascolto e di avere
facoltà di parola. Essa rivela ed esprime il desiderio di
partecipazione attiva che le donne immigrate vogliono avere
all'interno dei dialoghi, delle pratiche e dei rapporti
attraverso i quali il fenomeno migratorio viene rappresentato e
affrontato nella società di arrivo. L'aver impiegato
strumenti quali il focus group e l'intervista narrativa riflette
l'impegno del gruppo di ricerca a rispettare questa esigenza.
Focus group e intervista narrativa possiedono proprie
specificità: il primo mette in gioco una pluralità
di voci che si confrontano e dalle quali i contenuti emergono
grazie a una negoziazione, la seconda è frutto di un
dialogo a due.
Dal focus group si possono ricavare impressioni rivelatrici di
un sentire comune, le opinioni che da esso emergono riflettono
spesso uno sforzo di sintesi. Dall'intervista narrativa, invece,
a emergere è soprattutto la soggettività di chi ha
accettato di raccontarsi. È più facile in questa
situazione sviluppare narrazioni che includano risvolti
più personali e intimi dell'esperienza migratoria. In
questo tipo di conversazione risulta forse più
significativo il divagare, l'interrogarsi, l'andare in
profondità. Portatori di contenuti differenti, questi due
strumenti hanno in comune la finalità di attribuire un
ruolo centrale al soggetto, considerato costruttore di senso;
inoltre focus group e intervista narrativa gli danno la
possibilità di autorappresentarsi e garantiscono di
limitare il rischio di proiettare categorie definite a priori sul
fenomeno indagato - anzi permettono a tali categorie di emergere
spontaneamente dalla realtà indagata. È implicito
dunque, in questo modo di procedere, il pieno riconoscimento
delle capacità analitiche delle donne coinvolte, come
è implicita la volontà di valorizzare tali
capacità.
La particolare qualità delle informazioni derivate da
questo metodo necessita un approccio fortemente attivo da parte
dei soggetti coinvolti, ovvero della loro motivazione, della loro
disponibilità a svelarsi, a esporsi e a mettersi in gioco.
Questo vuol dire prendere il tempo per fare conoscenza, per
comprendere e far comprendere il senso di ciò che si sta
facendo, per stabilire un clima di collaborazione e fiducia,
prerogativa di ogni autenticità. I limiti entro cui si
è mossa la ricerca, tuttavia, hanno imposto dei ritmi che
non sempre assecondavano questa necessità; infatti
l'attività sul campo si è sviluppata in un lavoro
breve e intenso (i focus group e le interviste narrative sono
state realizzati nell'arco di quattro mesi). L'accesso a un certo
tipo di clima nella realizzazione delle interviste è stato
possibile grazie alla mediazione delle responsabili della
Cooperativa Mosaik, le quali hanno svolto un ruolo fondamentale
di tramite fra ricercatori e donne intervistate, consentendo ai
primi di godere (anche se di riflesso) della fiducia che le donne
immigrate nutrono nei confronti dei membri della
Cooperativa.
Nonostante questa condizione favorevole, non vogliamo negare che
nelle relazioni che hanno costruito il campo della ricerca siano
state presenti delle inevitabili asimmetrie. Esattamente come
accade nella vita di tutti i giorni, il reciproco conoscersi,
svelarsi, è stato un processo non privo di tensioni. Se
è vero, come sostiene Melucci, che in ogni relazione sono
impliciti disuguaglianze di potere, ambiguità, conflitti,
ciò è maggiormente vero in un contesto di ricerca
poiché in esso le regole del gioco sono stabilite in
maniera unilaterale. Queste disuguaglianze influenzano in maniera
inevitabile i contenuti che vengono trasmessi; nel corso della
ricerca esse hanno trovato più volte espressione nei
silenzi, nelle pause, nelle omissioni, nelle strategie di
compiacimento e di dissimulazione messe in atto dalle nostre
interlocutrici. Di tutto ciò si è tenuto conto sia
durante la raccolta che durante l'analisi dei materiali.
Mossa dunque dalla volontà di capire i bisogni delle
donne immigrate partendo dalle loro voci, sembrerà forse
paradossale la scelta stilistica di non includere nei rapporti, o
di farlo minimamente, brani estrapolati dalle trascrizioni dei
focus group e delle interviste narrative. Ciò non è
dipeso certamente dalla qualità dei materiali prodotti i
cui contenuti sono anzi densi di significati e fortemente
espressivi. La scelta piuttosto ha a che vedere con la decisione
di non inserire frasi parziali che, se estrapolate dal loro
contesto, potrebbero essere mal interpretate o potrebbero perdere
parte del messaggio. Non essendo previsto dal disegno della
ricerca la restituzione integrale di questi testi, è parso
più opportuno ometterli, e ciò ha significato
parallelamente una piena e ancor più sentita assunzione di
responsabilità da parte degli autori per ciò che
concerne il lavoro di interpretazione. Tuttavia rimane chiaro che
le voci delle donne grazie alle quali la ricerca è stata
realizzata sono presenti fra le righe di questo Rapporto. Nostro
compito è stato tradurre le istanze dal linguaggio
colloquiale e privato a quello pubblico e istituzionale, anche
nella volontà, oltre a quella puramente conoscitiva, di
estendere gli spazi di partecipazione e alimentare uno scambio
autentico su un piano di piena parità.
I risultati della ricerca si dispongono nel testo in una forma
semplice e lineare. Il testo si divide in tre parti: la prima
ricostruisce il quadro delle dinamiche migratorie in rapporto al
contesto socio-economico altoatesino, attraverso una lettura
diacronica di dati quantitativi sull'immigrazione e sul mercato
del lavoro locale; la seconda, il corpo centrale del testo,
presenta i risultati della ricerca empirica relativamente alle
condizioni socio-lavorative delle donne immigrate; la parte
finale approfondisce, sulla base di dati empirici, le
problematiche ed i bisogni degli immigrati in rapporto ai servizi
sociali e alla formazione professionale. Il testo si conclude con
delle osservazioni che individuano aree di criticità e
possibili progetti di intervento sociale.
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